Fotografia © Dante Farricella, 2021.
Condividiamo la condizione corporea, non l’esperienza che ne facciamo
Che cosa abbiamo in comune, prima ancora di essere distinti da culture, idee, identità e appartenenze?
Condividiamo la condizione di essere corporei. Nessuno di noi può fare esperienza del mondo prescindendo dal proprio corpo. Eppure questa condizione comune non significa che viviamo le stesse esperienze.
Da questa tensione nasce una delle domande che hanno orientato la mia ricerca: può la corporeità diventare un terreno comune da cui costruire significati condivisi, senza cancellare la singolarità delle esperienze?
Il corpo che conosciamo e quello da cui conosciamo
Siamo abituati a considerare il corpo come qualcosa che possediamo, osserviamo, curiamo, alleniamo o modifichiamo. Ne studiamo l’anatomia, ne misuriamo le funzioni, cerchiamo di comprenderne i meccanismi.
Ma il corpo non è soltanto qualcosa che possiamo conoscere. È anche ciò a partire da cui conosciamo.
Questa distinzione, centrale nella fenomenologia di Maurice Merleau-Ponty, modifica il nostro modo di intendere l’esperienza. Non percepiamo il mondo da una posizione neutrale: lo incontriamo attraverso le nostre possibilità di sentire, muoverci, orientarci e agire.
Conoscere la struttura di un’articolazione non equivale a farne esperienza nel movimento. Sapere come funziona l’equilibrio non coincide con il percepire il peso che si trasferisce da un piede all’altro.
È su questa distinzione che interviene anche la riflessione pedagogica di Ivano Gamelli, quando richiama la distanza tra il «corpo saputo» e il «corpo sentito».
Il sapere anatomico e l’esperienza vissuta non si escludono, ma nemmeno coincidono. Il primo ci permette di comprendere strutture e processi che non possiamo percepire direttamente; la seconda ci restituisce il modo singolare in cui abitiamo la nostra corporeità.
Come suggerisce Daniela Sarsini, la corporeità può essere considerata una «direttrice di senso dell’esperienza»: non soltanto qualcosa da educare o conoscere, ma una dimensione costitutiva del modo in cui attribuiamo significato a ciò che viviamo.
Una condizione condivisa, esperienze singolari
Uno stesso ambiente può essere percepito in modi differenti. Una distanza può rappresentare una possibilità per qualcuno e un ostacolo per un altro. Anche quando condividiamo un’azione, uno spazio o un tempo, non necessariamente attribuiamo a ciò che viviamo lo stesso significato.
Le nostre esperienze prendono forma attraverso condizioni psicofisiche, storie personali, relazioni e contesti culturali e sociali differenti.
La corporeità non è dunque un elemento universale che rende irrilevanti queste differenze. È la condizione attraverso cui ciascuno di noi le attraversa e incontra il mondo.
Il corpo come soglia relazionale
Nella mia ricerca ho proposto di pensare il corpo come una soglia relazionale: un confine che distingue senza necessariamente isolare.
La pelle rende concreta questa immagine. Delimita il nostro organismo, lo protegge e contemporaneamente partecipa agli scambi con l’ambiente attraverso il contatto, la temperatura e la percezione.
Anche il rapporto tra corpo e ambiente può essere letto a partire da questa reciprocità. Gli spazi che attraversiamo, le superfici, i suoni, la luce e la presenza degli altri partecipano al modo in cui ci muoviamo e ci orientiamo. La nostra presenza, a sua volta, modifica gli ambienti che abitiamo.
Separazione e relazione non sono necessariamente opposte. Possiamo riconoscere i nostri confini e, allo stesso tempo, lasciarci modificare da ciò che incontriamo.
Questa prospettiva apre una questione importante anche per l’educazione. Se l’esperienza non può essere trasmessa come un contenuto già dato, possiamo però costruire condizioni nelle quali esperienze differenti possano incontrarsi, essere riconosciute ed elaborate.
Condividiamo la condizione corporea, ma non l’esperienza che ne facciamo.
Forse è proprio in questa tensione che si apre la possibilità di costruire un terreno comune: non nella ricerca di un’esperienza uguale per tutti, ma nell’incontro tra modi differenti di essere e fare esperienza del mondo.
Per approfondire
- Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione (1965)
- Ivano Gamelli, Bisogna innanzitutto essere corpo (2019)
- Daniela Sarsini, Il corpo in Occidente. (2013)
Questo appunto nasce dalla ricerca sviluppata nella mia tesi di laurea, Dove accade l’esperienza. Il ruolo del corpo e delle pratiche performative nei processi formativi (Università degli Studi di Firenze, 2026).
La tesi integrale è disponibile su richiesta per chi desidera approfondire.
